PostHeaderIcon ‘O tarall’ napulitano: ‘nzogna e pepe (Il tarallo napoletano: strutto e pepe)

'O tarall' napulitano: 'nzogna e pepe (Il tarallo napoletano: strutto e pepe)

Questo piatto lo dedico alla mia cara amica Chabba che, per la sua propensione al lievitato e notevole abilità in cucina, potrà, spero, approvare e condividere questa mia ricetta.

Tutte le ricette napoletane hanno su di me un carisma particolare: mi si scalda il cuore, sia nell’assaggio che nel momento stesso in cui compio “il rito” di preparare il piatto, cercando di ricalcare la tradizione.

Con questa dedica  il mio cuore si scalda all’ennesima potenza perché ogni volta che impasto qualcosa, il mio pensiero corre da lei…. e fantastico di poter realizzare a quattro mani (e, scusate l’immodestia, ma credo che siano quattro mani esperte) uno dei nostri, tanto amati, lievitati.

Bando ai sentimentalismi ed iniziamo con un po’ di storia.

La creazione del tarallo napoletano, la dobbiamo all’ingegno del suo popolo che,  perennemente affamato, ha vissuto sempre nel principio che “nun s’adda jettà niente” (non si deve buttare nulla).

Tenendo fede a questo principio, i panettieri di Napoli pensarono bene di non gettare via lo ” sfrido”, ossia i ritagli di pasta avanzati nella preparazione del pane, ma di reimpastarlo assieme alla ” ‘nzogna” (sugna = strutto) e molto pepe ottenendo un prodotto che potevano infornare assieme al pane e che poteva, quindi, con poco sforzo ed a basso costo soddisfare le richieste dei meno abbienti e denutriti partenopei alla fine del ’700. Il tarallo fu per il popolo napoletano come una manna dal cielo: si poteva acquistare con pochi soldi ma al tempo stesso aveva un sapore sorprendente e permetteva di metter su calorie grazie alla presenza del grasso in esso contenuto.

La parola “tarallo” peraltro sembra che provenga dal greco “daratos” che vuol dire sorta di pane.

Nell’ ’800 poi, il tarallo incontrò la mandorla con la quale strinse un connubio così perfetto da non volersene più separare.

Essendo  un cibo povero, il tarallo era molto diffuso e consumato nelle osterie dove veniva spesso servito accompagnato da vino.  Agli albori del suo debutto, invece, come testimoniato in un’antichissima canzone napoletana, esso veniva inzuppato nell’acqua di mare per esaltarne il sapore. Quest’ultima pratica non durò a lungo per ovvie ragioni di igiene.

Se un tempo il tarallo è stato considerato un cibo povero da strada, oggi esso viene regolarmente acquistato al supermercato, ai forni o nei chioschi e la fa da padrone in pub e birrerie anche oltre il territorio italiano. I maggiori consumatori sono i giovani che, con due taralli ed una birra riescono a “risolvere” una uscita con pochi soldi: vige nei napoletani l’usanza, prevalentemente domenicale, di passeggiare per Mergellina gustando taralli acquistati nei chioschi del lungomare e di “innaffiarli” con fresca e dissetante birra bionda.

Da alimento di prima necessità (ed in alcuni casi addirittura salvavita), il tarallo è diventato un vero e proprio sfizio cui si ricorre anche come spuntino. Eccoci giunti alla sospirata ricetta.

INGREDIENTI

1/2 kg di farina

12 gr di sale

1/2 cubetto di lievito di birra (anche liofilizzato)

200 gr di acqua

160 gr di strutto

4 gr di pepe

200 gr di mandorle con la pellicina e leggermente tostate (la metà tritate grossolanamente)

 

PROCEDIMENTO

Sciogliete il lievito in un dito di acqua tiepida ed impastatelo con 100 gr di farina, prelevata dal totale, sino ad ottenere un piccolo panetto che lascerete lievitare sino al raddoppio.

Aggiungete tutti gli altri ingredienti (tranne le mandorle intere) ed impastate: otterrete un composto ben morbido che lascerete lievitare coperto per circa 30′.

Formate dei bastoncini della grossezza del vostro dito e della lunghezza di 20 cm ca. Attorcigliatene due alla volta e chiudeteli a ciambellina. Decorate ogni singolo tarallo con tre mandorle ben affondate nella pasta e lasciate lievitare sino al raddoppio (circa 1 ora).

Infornate a 200° per 20′, abbassate la temperatura a 180° e proseguite la cottura per altri 20′, infine portate il calore a 160° e cuocete ulteriori 20′ oppure sino a quando i vostri taralli si saranno dorati sia dal di sotto che in superficie.

Quasi sempre i miei articoli terminano con un proverbio o un detto napoletano, oggi devo introdurre l’argomento descrivendo la figura del “tarallaro”.

Il tarallaro era un personaggio che  portava in giro la propria merce in una cesta appesa al collo con una correggia (cinghia di cuoio); nella cesta, oltre ai taralli era solito portare molte altre cose: dalla pipa ai guanti, dalla merenda al berretto o alla sciarpa…. insomma tutto ciò che potesse servire alla gente in giro per le strade della città.

Oggi questa figura caratteristica non esiste più ma, nel linguaggio partenopeo, quando si vuole indicare una persona senza voce in capitolo che, in balìa degli eventi, deve affaccendarsi senza sosta, si dice: “me pare ‘a sporta d’o tarallaro” (sembra la cesta del venditore di taralli). Essere la sporta del tarallaro significava occuparsi di troppe cose diverse o essere soggetti a numerosi e continui spostamenti  (come le cose che viaggiavano insieme ai taralli nella cesta del venditore).

Durante i suoi interminabili giri, il tarallaro dava la voce dicendo: “taralle, taralle cavere!” (taralli, taralli, caldi!). I taralli, per sprigionare tutta la loro caratteristica fragranza, e invogliare all’acquisto, dovevano essere caldi. Per questo motivo, il tarallaro copriva, la sua preziosissima merce, con una coperta di lana.

Un’ altra espressione napoletana, che forse già avrete sentito dire è “finire a tarallucci e vino”. Questo modo di dire nacque nelle osterie con un senso blandamente denigratorio: il tarallo è già di per sé alimento povero, ma viene ridotto al rango di “taralluccio” significando una risoluzione “superficiale” di una disputa (un “vogliamoci bene” senza convinzione…. giusto per chiudere il “conflitto”). Oggi questa espressione viene usata, più in generale ed in tutta Italia, per significare il raggiungimento di un lieto fine.

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7 Commenti a “‘O tarall’ napulitano: ‘nzogna e pepe (Il tarallo napoletano: strutto e pepe)”

  • chabb scrive:

    e nemmeno io mi spiego come facciamo io e te a essere sempre in sintonia anzi forse l’ho capito ^_^
    tesora mia il week end sarà tutto per i tuoi taralli che immagino piaceranno assai alla mia combriccola !1

    grazie per la bella dedica …. ah se non ci fossi tu <3<3<3

  • admin scrive:

    …. bisognerebbe inventarmi! ahahahahaha…….
    Je t’adore

  • chabb scrive:

    senti ma la metà delle mandorle va nell’impasto giusto ?

  • admin scrive:

    sì, Chabb, metà le metti nell’impasto tritate grossolanamente e le altre per decorare

  • vremea.asia scrive:

    Oh my goodness! Impressive article dude! Thank
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    your RSS. I don’t know the reason why I am unable to join it. Is there anybody else getting similar RSS issues? Anyone that knows the answer can you kindly respond? Thanks!!

  • admin scrive:

    grazie a te,
    controllo e rimedio al più presto..

  • Picchio scrive:

    For vremea.asia about RSS issue
    Hi vremea.asia,
    what browser do you use?

Ciao micilli!!
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