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PostHeaderIcon La mela annurca

La mela annurca

questa è la mela annurca classica

Sabato sono stata dal mio fruttivendolo di fiducia: una azienda agricola dal nome “Il sapore della mela” che si trova in Via A. Moro – Mugano (NA) e che vi consiglio di visitare se vi trovaste nei paraggi.  Questa azienda commercializza alcune “rarità”. I suoi prodotti, che non sono tutti di esclusiva di produzione dell’azienda,  sono da me considerati rarità perchè non è semplice acquistare dei prodotti che siano stati coltivati come tradizione comanda. Di alcuni di questi prodotti vi ho già parlato: i “pomodorini del piennolo“, i friarielli (che spesso al negozio potete trovare già puliti)….

Un po’ alla volta vi parlerò di tutti questi nostri splendidi prodotti campani, ma oggi voglio parlarvi della Mela annurca: il Sig. Luigi Di Stasio è titolare dell’azienda ed è rivenditore di mele annurche IGP. Questo gentile signore, mi ha spiegato che in Campania abbiamo due varietà di mele Annurca: la mela Annurca (o melannurca) tradizionale e la sua diretta discendente, la mela Annurca rossa del sud, che è più diffusa. Ecco le foto delle dei due tipi di mele acquistate nell’azienda agricola.

a sinistra potete ammirare la Mela annurca classica, a destra è quella rossadel sud (il suo mutante). Il libro, invece, è il mio preziossissimo ricettario.

Definita la “regina delle mele”, soprattutto per la spiccata qualità organolettica dei suoi frutti, l’Annurca  è di grandezza media schiacciata leggermente ai due poli, di colore rosso, poco uniforme, con chiazze gialle e rugosa al picciolo. Particolarità della mela annurca è che non matura sull’albero e per questo la raccolta in autunno si fa quando le mele sono ancora acerbe, di colore verde giallastro, esse poi si arrossano sui letti di paglia.

“L’origine di questa mela si perde lungo il corso degli anni. Troviamo le prime documentazioni già in epoca romana; tra le rovine nella zona di Ercolano gli affreschi della casa dei cervi mostrano questo frutto accanto ad altre prelibatezze patrizie.

Anche Plinio il Vecchio nella sua monumentale enciclopedia Naturalis Historia cita la mela annurca come Mela Orcula.

La sua terra d’origine e di coltivazione è la regione Campania in particolare il Sannio e il Casertano anzi più precisamente sulle colline del Taburno.

La raccolta avviene ad ottobre e i contadini preparano i melai, dove viene disposto sul terreno uno strato di legno tranciato, mentre il frutto ancora verde viene disposto sul giaciglio.

Inizia così la fase di arrossamento, una pratica naturale che porta alla maturazione del frutto.

Il suo nome deriva proprio da questa pratica “nannurca” dal latino indulco (addolcire).

Durante la permanenza nei melai le annurche vengono periodicamente girate, scelte e selezionate, e durante le giornate più calde per evitare che le mele possano danneggiarsi, si dispongono frasconi di castagno che le proteggono, e vengono annaffiate la sera per evitare che perdano parte della percentuale dell’acqua contenuta all’interno.

Insieme, luce ed acqua, costituiscono i due elementi che favoriscono la formazione di autocianina che dona ai frutti quel colore tipico rosso brillante.

Dopo la fine di novembre le mele annurche arrivano sulle nostre tavole con il loro gusto dolce ma leggermente acidulo e di grande sapibilità. Si adattano perfettamente per la preparazione dei dolci, ma anche per la preparazione di insalate.

Negli ultimi anni è stato possibile fare una grande promozione del frutto per farlo apprezzare al di fuori confini regionali. “

L’Annurca è considerata la regina delle mele. Il suo nome si legge in un Manuale d’Arboricoltura del 1876 e deriva dalla sua area di provenienza, che è Pozzuoli, la sede degli Inferi, altrimenti detta zona dell’Orco. Plinio il Vecchio, nel suo “Naturalis Historia” designava questa mela con il nome di “Mala Orcula”, perché cresceva nell’area puteolana. Il termine subì delle metamorfosi (orcola, anorcola, annorcola) fino a divenire quello che noi conosciamo.

Dalla seconda guerra mondiale, la mela Annurca ha assicurato una produzione notevolmente alta rispetto ad altre varietà presenti a livello regionale e rappresenta oltre il 60% del totale prodotto in Campania. Le aree tradizionalmente produttrici di mela Annurca sono quella napoletana Giuglianese-Flegrea, quelle casertane di Maddaloni, Aversa e Teano e quelle beneventane delle valli Caudina e Telesina.

La classica Annurca campana è un prodotto IGP ed è stata unificata ad una varietà quasi gemella per le caratteristiche pomologiche, detta Annurca Rossa del Sud.

La mela Annurca si presenta come un frutto dalle piccole dimensioni, dal peso medio di 100 grammi, con epidermide rosso striata e con aree rugginose nella cavità peduncolare.

Ha bisogno di un clima tipicamente mediterraneo ed è un frutto che non è raccolto a maturazione completa, ma in autunno, quando le mele sono ancora acerbe e di un colore che oscilla dal verde al giallo.

In fase successiva, vengono depositate su letti di paglia o “melai” dove le mele acquistano un colore rosso, che è tipico di questa varietà e ne simboleggia la tipicità. Diffusa in mercati locali e regionali, viene mangiata e usata per la preparazione di dolci tipici.

IL MELAIO

Gli aspetti che connotano fortemente la tipicità dell’annurca sono il tradizionale metodo di coltivazione e produzione e le sue caratteristiche morfologiche.

La mela annurca è caratterizzata dalla presenza di un peduncolo corto e piuttosto debole. Quando i frutti si accrescono cominciano a esercitare una pressione via via crescente sul rametto, sino a quando il peduncolo cede provocandone la caduta.

Nella fase prossima alla maturazione questo processo di cascola diventa molto accentuato, e diviene così necessaria la raccolta anticipata delle mele per evitare che i frutti cadendo possano subire lesioni o ammaccature. In questo modo, però, i pomi sono ancora in gran parte verdi e non troverebbero una collocazione remunerativa sui mercati.

Al fine di fare acquisire ai frutti la tipica colorazione rossa le mele Annurche vengono tradizionalmente stese in melaio.

Durante la permanenza nei melai le Annurche vengono periodicamente rigirate ed accuratamente scelte, scartando i frutti intaccati o marciti.

Verso la metà di dicembre la permanenza in melaio può considerarsi conclusa e i frutti, pronti per la commercializzazione o la conservazione, vengono disposti nelle cassette e avviati alle celle frigorifere.

ASPETTI NUTRIZIONALI

La qualità della mela Annurca, oltre a mantenersi inalterata per lungo tempo, è indiscutibile; la sua polpa profumata, piacevolmente acidula ma dolce e succosa nello stesso tempo è un concentrato di vitamine B1, B2, PP, C. E’ particolarmente consigliata per i bambini, proprio per l’apporto di minerali quali il fosforo, il ,ferro, il manganese, lo zolfo e il potassio.

Il suo consumo alimentare ha effetti antireumatici, diuretici e dissetanti.

Esercita un’azione positiva sull’apparato muscolare e su quello intestinale.

La mela Annurca previene malattie cardiovascolari attraverso la depurazione delle arterie dall’attacco del colesterolo. Una delle ultime importanti scoperte mette in luce le sue proprietà antiossidanti, riconoscendole un certo potere legato alla prevenzione del cancro.

Altre varietà di mele non apportano gli stessi benefici perché mancano delle qualità organolettiche e degli aspetti nutritivi, come il valore dietetico della fibra, degli zuccheri e degli acidi organici, riscontrabili, invece, nell’Annurca Campana.

Le Proprietà Mediche

(ANSA) – NAPOLI, 24 GIUGNO

Un adagio antico, che si perde nella notte dei tempi, ha sempre consigliato di mangiare una mela al giorno, perché ”leva il medico di torno”. Alla soglia del terzo millennio, però, questo detto, derivante dalla vecchia saggezza popolare, rischia fortemente di venire modificato.

Di mele, a quanto pare, non ne basta una al giorno, ma ce ne vogliono due, almeno per contrastare alcuni processi infiammatori che si verificano nello stomaco. E non si esclude che mangiare due mele al giorno possa svolgere anche un’ azione preventiva nell’ insorgenza del tumore gastrico.

Ciò è quanto emerge dallo studio di un gruppo di ricerca, coordinato dal prof. Marco Romano della Divisione di Gastroenterologia – Centro Interuniversitario per la Ricerca su Alimenti, Nutrizione ed Apparato Digerente – della Seconda Università degli Studi di Napoli, diretta dal prof. Camillo Del Vecchio Blanco, in collaborazione con il Dipartimento di Scienze degli Alimenti e con la Gastroenterologia della Università Federico II di Napoli.

Lo studio ha infatti dimostrato che la somministrazione per via orale di estratti di mela Annurca esercita un significativo effetto protettivo a livello gastrico contro il danno indotto da radicali liberi dell’ ossigeno o da farmaci anti-infiammatori. Questa ricerca, durata sei mesi, svolta nell’ animale di esperimento e di prossima pubblicazione sulla prestigiosa rivista internazionale di gastroenterolgia GUT, ha messo in luce che l’ effetto benefico esercitato dagli estratti di mela Annurca dipende dall’ elevato contenuto nella polpa di mela di composti anti-ossidanti, quali catechina ed acido clorogenico. La concentrazione di tali composti che deve essere consumata ogni giorno, necessaria al fine di ottenere un effetto gastro-protettivo, equivale a quella contenuta in due mele Annurca del peso di circa 100 grammi.

Il prossimo passo – spiega il prof. Romano - potrebbe essere quello di procedere alla sperimentazione sull’ uomo ed alla verifica sulla possibile utilizzazione dei principi contenuti nella mela Annurca come presidi gastroprotettivi. Si può pensare, in futuro, all’ utilizzazione di queste sostanze in determinati casi, come, per esempio, nell’ imminenza dell’ assunzione di farmaci antinfiammatori per ridurre gli effetti negativi che queste medicine hanno sulla mucosa gastrica“.

Lo stesso gruppo di ricerca che ha studiato i benefici effetti protettivi sulla mucosa dello stomaco della polpa della mela Annurca, ha ora cominciato una serie di esperimenti, sempre sugli animali, per verificare l’ eventuale utilità dell’ uso della polpa di mela per contrastare anche il cancro dello stomaco.

E’ già noto – spiega il prof. Romano - che la produzione di radicali liberi altera il dna cellulare e, pertanto, può avere una importante funzione nell’ insorgenza del tumore gastrico. Abbiamo avviato pertanto uno studio per verificare se, contrastando i processi infiammatori e la produzione di radicali liberi, l’ assunzione dei principi contenuti nella mela Annurca non determini anche una riduzione del rischio dell’ insorgenza del cancro”.

PostHeaderIcon Il Pomodorino del Piennolo del Vesuvio DOP

Il pomodoro è un alleato prezioso per la salute: è considerato fondamentale per una corretta alimentazione in quanto povero di grassi,  ricco di vitamine,  sali minerali e licopene: un potente antiossidante naturale che ha effetti positivi sul cuore, sulle arterie, sulla digestione, sull’intestino e sulla pelle aiutandola a proteggersi dall’attacco dei radicali liberi, responsabili dei processi di invecchiamento e di molte patologie tumorali. Il caratterstico colore rosso del frutto è proprio indice della presenza del licopene, ma anche del betacarotene: stimolante della melanina che favorisce l’abbronzatura. Per finire, il pomodoro ha un’azione rinfrescante, dissetante e diuretica.

Un pomodoro noto in tutto il mondo è il Pomodoro San Marzano, imitato con scarsi risultati, è considerato il “pomodoro per eccellenza” ed è riconosciuto come uno dei massimi artefici del successo della dieta mediterranea. Si narra che il primo seme di San Marzano sia giunto in Italia verso il 1770, come dono del regno di Perù al Regno di Napoli. Da più di due secoli è il simbolo della cucina partenopea ed ingrediente base per i suoi piatti tipici; il sugo che si ottiene resta piacevolmente invischiato alla pasta. 


Dal mese di novembre, l’Italia può fregiarsi di un nuovo prodotto DOP: il Pomodorino del Piennolo Vesuviano. Quando fu presentata la richiesta di registrazione della denominazione “Pomodorino del Piennolo del Vesuvio Dop”, il ministro delle politiche agricole e forestali Luca Zaia commentò: “Il pomodorino del Piennolo del Vesuvio, si lega indissolubilmente al territorio della provincia di Napoli, dove da secoli questo tipico prodotto campano si coltiva  con le stesse tecniche colturali, eseguite quasi interamente a mano e tramandate negli anni da padre in figlio”.
Detto pomodorino rappresenta una delle produzioni più antiche e tipiche dell’area vesuviana. Le prime testimonanze documentate e tecnicamente dettagliate risalgono alle pubblicazioni della Regia Scuola Superiore di Agricoltura di Portici nel 1885; anche l’usanza di riprodurli nel presepe la dice lunga sull’antichità del prodotto. Esso viene coltivato nel Parco Nazionale del Vesuvio, su piccoli appezzamenti di terreni impervi situati tra i 150 ed i 450 metri sul livello del mare. In assenza di irrigazione, trae i massimi benefici dal terreno vulcanico e da un sole quanto mai generoso: le colate laviche stratificate nei secoli si sono trasformate in terreni scuri, sabbiosi e fertili, ricchi di potassio, zolfo, fosforo e calcio. Nell’immaginario locale, il marcato colore rosso delle bacche, sono un regalo del sole e del Vesuvio perchè le radici attingono nutrimento dalla stessa lava del vulcano. I frutti sono di forma ovale allungata, lievemente a pera o a cuore e presentano un piccolo pizzo all’estremità inferiore. I pomodorini del vesuvio sono detti “piennoli” (pendoli) sia per la tradizione tecnica di raccoglierli a grappoli che per il fatto che vengono conservati appesi alle pareti o alle soffitte, in locali asciutti e ventilati. 
Quello che vedete qui in basso è “piennolo” che ho fuori al balcone di casa mia

La buccia è spessa, la polpa è soda e compatta dal sapore piacevolmente dolce e sapido (grazie alla concentrazione di zuccheri e sali minerali) ma nche leggermente amaro ed a basso contenuto di acqua. La conservazione viene effettuata, come già accennato, secondo l’antica tradizione dei contadini vesuviani, in “piennoli”: grappoli, detti “schiocche”, raccolti tra luglio e agosto prima della loro completa maturazione e sistemati su di un filo di canapa legato a cerchio (che ha la funzione di assorbire l’umidità all’interno), dove appassiranno leggermente ma conservandosi freschi per tutto l’inverno. 
Su youtube ho trovato un video fantastico che è più esplicativo di mille parole: vi basterà cliccare qui per vederlo.

Forse vi starete chiedendo come sia possibile che si conservi così a lungo: La tecnica di raccolta in grappoli, belli e decorativi a vedersi, oltre ad offrire la possibilità di attingere singoli pomodorini garantisce una lunga conservazione dovuta anche al fatto che le piante sono coltivate “in asciutta” e, la buccia piuttosto spessa ne limita la disidratazione. Non fatevi ingannare dall’aspetto un pò raggrinzito: il sapore ed il profumo diventano più intensi col passare del tempo (man mano che i pomodori asciugano e la concentrazione aumenta).

Il Pomodorino del Piennolo vi stregherà al primo “incontro”: è saporito, di breve cottura e rilascia poca acqua; da sempre ha costituito il veloce spuntino di mezza mattinata dei contadini nei campi: un pomodoro “schiattato” (schiacciato) sul pane, un filo d’olio, sale e basilico; si presta sia alla cucina di mare che a quella di terra; è straordinario nella cucina di piatti veloci (napoletani e non) come la pizzaiola (cliccate qui), spaghetti alle vongole fujute (cliccate qui), preparazioni con il pesce, bruschette…….Pur non essendo utilizzato dai pizzaioli napoletani a causa del costo elevato (dovuto: alla bassa resa, al metodo di coltivazione ed alla lavorazione post-raccolta che richiede una grossa disponibilità di mano d’opera) sappiate che regala alla pizza un sapore straordinario e, mangiato da solo su di un pezzo di pane vi evocherà ricordi di mare……. di terra ….. di Napoli!

Ciao micilli!!
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